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Creare lavoro in Sicilia nell’epoca della “fine del lavoro”

Qual’è la nostra idea di lavoro? Quale lavoro è destinato a finire? Qual’è effettivamente il futuro del lavoro nella nostra regione?
Non possiamo avere una strategia sul lavoro senza passare attraverso queste domande. E dobbiamo contestualmente ridefinire la nostra idea di impresa, poiché il futuro del lavoro è intimamente legato alla nascita di nuove imprese.

Come sempre, per cercare risposte sul futuro dobbiamo guardare alle nostre spalle. Quindi permettetemi una apparente digressione etimologica. Il rapporto tra l’uomo e il lavoro è stato ambivalente, come si rileva dall’origine dei temini usati per indicarlo. L’origine della parola lavoro è da ricondurre al latino labor, con cui si indicava la fatica.
In particolare laborare significava affaticarsi o preoccuparsi per qualcosa, mentre labare indicava l’atto di sbandare a causa di un peso da sostenere. In altre lingue europee il significato originario del termine usato per indicare il lavoro sembra avere sempre assunto accenti negativi. L’inglese labour ha la medesima radice latina e rappresenta il lavoro faticoso, mentre il termine work deriva dalla radice indoeuropea *worg che rappresentava, anch’essa, la fatica fisica. La parola latina medioevale tripálĭus, costituisce un riferimento diffuso in tutta l’area romanza (trabalho, travajo, travail, trabalh, ma anche trabadhu in Sardegna e travagghiu in Sicilia). Si tratta di un supporto a tre pali usato per tener fermi i cavalli da ferrare e successivamente come strumento di tortura: insomma, il lavoro come profonda e inevitabile sofferenza. Anche pónos una delle parole greche per lavoro,  ha un’analoga accezione negativa, connessa alla radice indoeuropea che la lega al latino pœna, e all’albanese punë,  e il termine tedesco arbeit indicava la condizione di servitù.
Ma esiste una diversa corrente etimologica, che s’interseca e si confonde con la prima. La radice sanscrita labh- significa in realtà afferrare e, in senso figurato, orientare la volontà o il desiderio, oppure intraprendere, ottenere. Questa radice si ritrova nel termine greco antico λαμβάνω (lambano) che vuol dire afferrare, prendere, ottenere, e poi nel termine latino, dove perde il senso originario. Da impresa volitiva il lavoro è quindi diventato pena e sofferenza.
Ma può il lavoratore essere faber e recuperare la dignità di artefice? Quando l’anima dell’homo faber raggiunge e si incorpora nel prodotto, questo diventa ars. Ritornando agli etimi, la radice sanscrita di ars è ar- che in sanscrito significa andare verso, ed in senso traslato, adattare, fare, produrre. Insomma l’artefice non viene contraddistinto dalla fatica, ma da quanto realizza a partire da un’idea e da un bisogno da soddisfare. Ecco che il lavoro diventa impresa! Il termine impresa è il participio passato del verbo imprendere, già riportato nel tardo Medioevo e derivato dal latino parlato imprehendere.  E’ composto da in e prehendere, e significava assumere sopra di sé, prendere all’interno. La parola ha poi  progressivamente identificato l’avvio di un’attività sotto il proprio controllo.
La simbiosi tra fabbrica, arte e impresa che si riscontra, ad esempio, nelle botteghe rinascimentali, è apparsa nuovamente realizzata in alcuni singolari contesti storico-economici che hanno sfidato le logiche fordiste-tayloriste, tra cui – per restare in Italia – alcuni dei distretti produttivi (si pensi a quelli del design) e la fabbrica-comunità olivettiana. La stessa simbiosi viene oggi coltivata dalle corporation della Silicon Valley, che hanno promosso una cultura dove il confine tra lavoro e gioco viene sensibilmente sfumato, come anche la separazione tra capitale e lavoro, attraverso le stock-option ed altri strumenti partecipativi.
Se, da una parte il labor, sia in ambito industriale che dei servizi, è stato progressivamente ridotto dalla delocalizzazione e dall’automazione, dall’altra la narrazione del nuovo capitalismo digitale è incentrata sull’ars, quale la capacità di generare innovazione e sull’intraprendere, ovvero sulla conversione dell’innovazione in valore economico.
In questo modello culturale le distorsioni sociali del capitalismo appaiono quindi temperate dalla dimensione creativa del lavoro e dall’elevata opportunità di accesso al capitale finanziario. In successivi articoli vedremo di approfondire questo scenario e di valutarne le luci e le ombre.

Ma veniamo alla Sicilia. La nostra regione, fatte salve le concentrazioni determinate dalla localizzazione di alcune grandi industrie, è rimasta sostanzialmente tagliata fuori dal ciclo manifatturiero trainato dall’economia di consumo. La struttura economica determinata dagli equilibri politici nazionali, ha invece nei fatti anticipato il modello del consumo assistito, seppure il reddito garantito non sia stato introdotto in forma esplicita, bensì attraverso una crescita ipertrofica degli apparati pubblici o connessi al settore pubblico.
Per certi versi i circuiti produttivi determinati dai poteri illegali (speculazione edilizia, filiera degli appalti pubblici, lavorazione degli stupefacenti) possono in qualche modo essere considerati surrogati delle reti industriali mancanti, ed hanno spesso trainato direttamente o indirettamente una parte consistente del tessuto imprenditoriale locale.
In questo contesto si è determinato, tuttavia, un dimensionamento ragionevole degli apparati di educazione superiore e di ricerca, che hanno rappresentato uno dei pochi contesti a disposizione della borghesia colta in alternativa all’esercizio delle professioni. In una visione collettiva finalmente post-mafiosa della società siciliana, questa regione appare paradossalmente pronta ad una diffusione di modelli economici post-industriali: (i) è ricchissima di risorse immateriali valorizzabili attraverso reti economiche innovative, (ii) il lavoro pubblico rappresenta ancora un potente ammortizzatore sociale e può essere temporaneamente sfruttato per sostenere la fase di transizione, (iii) le filiere della conoscenza e alcuni poli tecnologici sono sufficientemente sviluppati per alimentare la nascita di imprese innovative, (iv) la dotazione di infrastrutture, seppure insufficiente, è tale da non rappresentare una barriera insormontabile all’avvio di imprese scalabili ad alto valore aggiunto.

E allora dove sta il problema? Ci sono due blocchi principali al cambio di paradigma, entrambi di natura culturale. La desertificazione produttiva, la storica penalizzazione della cultura artigiana e lo sviluppo clientelare di sacche di occupazione pubblica improduttiva, hanno fatto prevalere la concezione del lavoro come labor e non come ars, come fatica insensata o, al più, cessione del proprio tempo di vita in cambio di un salario, e non come impegno nel soddisfacimento di un bisogno reale. Un male necessario da subire con il minore danno possibile. Non ci siamo affrancati da quanto denunciava già nel 1860 il principe di Sant’Elia affermando che a Palermo l’industria consisteva soltanto nel pregare il re di un impiego e Dio di un terno al lotto!

Da qui l’assenteismo, il parassitismo, la bassa efficienza dell’intero sistema.

L’altro ostacolo è la drammatica carenza di cultura dell’intraprendere, un’incapacità di valutazione e gestione del rischio d’impresa che limita la propensione a canalizzare il risparmio verso il finanziamento di attività imprenditoriali, in particolare quelle innovative. E, in assenza di circuiti istituzionali di capitale di rischio, questa seconda debolezza rischia di bloccare la transizione della Sicilia verso un futuro produttivo – post-mafioso e post-assistenziale – in grado di generare un numero di posti di lavoro tale da compensare l’inevitabile declino dell’impiego nel settore pubblico, della grande industria e nei servizi.
In questo scenario gli incubatori siciliani devono agire come vivai per la ricostruzione del paesaggio produttivo, combinando una decisa e duplice azione culturale che miri a dimostrare le possibilità offerte dai nuovi modelli economici. E’ una strada sperimentale che si percorre attraverso la produzione di esempi di successo e la promozione di nuove attitudini, sia verso i potenziali lavoratori-imprenditori che verso i potenziali risparmiatori-investitori. Per dirla con Giacomo Becattini, l’economista recentemente scomparso, bisogna ritrovare attraverso la sperimentazione d’impresa una “coralità produttiva”, superando la debolezza del sistema grazie ad una ritrovata “omogeneità e congruenza culturale” delle famiglie del territorio. Bisogna, insomma determinare una “coscienza di luogo”, che diventi anche motore per la creazione di valore economico sostenibile attraverso la cooperazione tra le diverse forme di capitale endogeno: naturale, umano e finanziario. Questa è la vera “rivoluzione del lavoro” a cui vorremmo andare incontro, una rivoluzione che passa dalla consapevole affermazione, attraverso la creazione d’impresa, del potenziale endogeno dei territori e delle comunità che li abitano.

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